mercoledì 29 luglio 2009

Safet ZECpittore ed incisore













Safet Zec è nato in Bosnia nel 1943, ultimo di otto figli di un calzolaio che,
durante la seconda guerra mondiale, si trasferisce a Sarajevo da Rogatica,
un paese a est della Bosnia.
Lo straordinario talento di Zec si manifesta sin dall’infanzia; la sua formazione avviene alla Scuola superiore di arti applicate di Sarajevo e, quando giunge all’Accademia di Belgrado, è considerato quasi un prodigio.
Tuttavia, in quegli anni Zec si sente isolato nel proprio percorso artistico, tanto da arrivare a distruggere quasi tutti i suoi primi lavori.
A Belgrado incontra la moglie artista Ivana ed è in quel periodo che restaura
una vecchia casa nel quartiere ottomano dell’antica città di Pocitelj, un luogo
vicino a Mostar amato da molti artisti.
Nel 1987, torna a vivere a Sarajevo, mantenendo la casa e il lavoro a Pocitelj;già allora pittore affermato non solo nel suo Paese ma anche a livello internazionale, viene invitato ad esporre in molti paesi dall’America al Giappone.
Con lo scoppio della guerra, il mondo in cui Zec è cresciuto, di armoniosa convivenza tra persone di diverse culture e religioni,è sconvolto.
Pocitelj viene distrutta e, con essa,tutte le opere incisorie dell’artista.
Morte e distruzione a Sarajevo lo costringono a fuggire con la famiglia.
Nel 1992 è a Udine dove ricomincia a lavorare grazie all’aiuto generoso dello stampatore Corrado Albicocco, per poi giungere a Venezia nel 1998.
Dalla fine del conflitto l’artista ha ripreso un’assidua frequentazione con la sua terra.
Nel cuore di Sarajevo lo Studio-collezione Zec è stato riaperto ed è ora un centro di
iniziative culturali, oltre che sede espositiva delle sue opere; nel dicembre 2004 lo studio ha ospitato la centesima mostra dell’artista.
Sempre nel 2004, in occasione dell’apertura del nuovo ponte di Mostar, è stato presentato un libro di incisioni curato dalla Scuola di Urbino su lastre di Zec.
In futuro, la sua casa-studio di Pocitelj, ora restaurata, ospiterà una scuola di grafica.
Tra i più recenti e significativi riconoscimenti a Zec si segnala: nel 2001, Martine Aubry, dopo aver visto le sue opere a Venezia, ha invitato l’artista a Lille per una mostra antologica presso la chiesa abbandonata di Sainte-Marie-Madeleine, recuperata per l’occasione; un autoritratto di Zec è stato esposto tra quello di Picasso e di Duchamp alla mostra Moi!, realizzata lo scorso anno dal Museé du Luxembourg di Parigi; lo scrittore e filosofo Jorge Semprun sta lavorando a un saggio sul suo lavoro.
Nel 2003 ha ricevuto il premio "Leonardo Sciascia" per l'incisione.
Nel 2005 l’International League of Humanists gli ha conferito il premio umanistico Linus Pauling.
Nel 2007 il Ministero della cultura della Repubblica Francese gli ha conferito il titolo di "Chevalier de l'ordre des Arts et des Lettres".

venerdì 24 luglio 2009

Nicola Maria Martino Odissea da Camera









Dal sabato 04 luglio 2009
al giovedì 24 settembre 2009
A cura di Maurizio Coccia

Nella splendida cornice degli spazi espositivi sottostanti la chiesa-museo di S. Francesco in Montefalco, inizia il ciclo di tre mostre - la prima curata da Maurizio Coccia - che l'amministrazione comunale della cittadina ha voluto per promuovere l'attività espositiva di arte contemporanea in uno spazio già molto noto presso il grande pubblico per gli affreschi del 1542 di Benozzo Gozzoli.
Il ciclo si inaugura con la personale Odissea da Camera di Nicola Maria Martino. Fra gli artisti più coerenti e rigorosi della sua generazione, dopo un periodo di sperimentazioni fra performance e provocazione dadaista è rimasto fedele alla pittura fin dai primi anni '70, anticipando temi e tecniche del cosiddetto "ritorno alla pittura", collocabile alla fine di quel decennio.
La produzione più recente di Nicola Maria Martino - che costituirà il nucleo centrale dell'esposizione - si articola in quadri di vario formato.
Si tratta di una riflessione sui temi della memoria e dell'esperienza, in quanto elementi che presiedono alla formazione della Storia e, più in generale, all'evoluzione della civiltà. Quella di Martino resta una forma di racconto distesa, elegante, malinconica ed ironica allo stesso tempo.
Pertanto, una sua mostra negli spazi sottostanti il grande ciclo di Benozzo Gozzoli, cui la critica riconosce felicità narrativa, ricchezza ornamentale ed equilibrio compositivo, rappresenta un formidabile cortocircuito visivo.
Tali caratteristiche, condivise negli intenti da Martino, intendono mettere in risalto la dialettica storia/contemporaneità, mediante un reciproco arricchimento formale fra i due piani dell'edificio.
In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo con testi critici di Maurizio Coccia e Massimo Onofri.
Note biografiche
Nicola Maria Martino (Lesina, 1946). Studia all'Accademia di Belle Arti di Roma dove ha come maestro Sante Monachesi. La sua partecipazione attiva sulla scena artistica comincia nei primi anni Settanta durante i quali realizza interventi e azioni concettuali-comportamentali. Nel 1976 abbandona i procedimenti analitici e la smaterializzazione del concettualismo e riprende la pratica della pittura.
Ha esposto in numerose gallerie in Italia e all'estero, ha partecipato alla Biennale di Venezia (1980 - Progetti Speciali) e alla Biennale di Istanbul (1989). Sue opere sono presenti in prestigiose collezioni pubbliche e private e presso la Collezione d'Arte Contemporanea della Farnesina. Vive e lavora fra Roma e la Sardegna.
Maurizio Coccia (Garlasco, 1963).
Laureato in Pedagogia e Storia dell'Arte presso l'Università di Parma. Dal 2003 al 2006 è stato prima Curatore e poi Direttore Artistico del "Trevi Flash Art Museum of International Contemporary Art". Attualmente è Direttore Artistico del "Centro per l'Arte Contemporanea Palazzo Lucarini", a Trevi. Contemporaneamente svolge attività di critico e curatore indipendente, in Italia e all'estero. È anche consulente di numerose istituzioni, pubbliche e private, sui temi dell'arte pubblica, dell'architettura e della didattica museale. Insegna Storia dell'Arte Moderna e Contemporanea all'Accademia di Belle Arti di Sassari.
Nota informativa
La chiesa di San Francesco fu costruita tra il 1335 e il 1338 dai frati Minori. Officiata dai frati fino al 1863, la chiesa in quell'anno passò in proprietà al comune di Montefalco e dal 1895 divenne sede del Museo Civico. Nel 1990 il ripristino di locali ex conventuali adiacenti alla ex-chiesa ha permesso la realizzazione di una struttura museale articolata in tre spazi espositivi: la ex-chiesa, cui si è tentato di restituire l'aspetto originario, la Pinacoteca, dove sono conservate tutte le opere mobili (tele, tavole, affreschi staccati provenienti da altre chiese e luoghi del territorio comunale), e infine la cripta, in cui sono raccolti i reperti archeologici ed altre sculture e frammenti di varie epoche. La chiesa contiene affreschi che vanno dal XIV al XVI secolo. Il recente ampliamento degli spazi espositivi rende il Complesso Museale di San Francesco il primo museo storico della Regione Umbria ad avere al suo interno spazi dedicati anche a mostre di arte contemporanea.
Complesso Museale di San Francesco
Via Ringhiera Umbra 6
Montefalco 06036
Tel +39 0742 378673
www.comune.montefalco.pg.it

Nicola Maria Martino "Odissea da Camera"

Nicola Maria Martino
Odissea da Camera
Dal sabato 04 luglio 2009
al giovedì 24 settembre 2009
A cura di Maurizio Coccia

Nella splendida cornice degli spazi espositivi sottostanti la chiesa-museo di S. Francesco in Montefalco, inizia il ciclo di tre mostre - la prima curata da Maurizio Coccia - che l'amministrazione comunale della cittadina ha voluto per promuovere l'attività espositiva di arte contemporanea in uno spazio già molto noto presso il grande pubblico per gli affreschi del 1542 di Benozzo Gozzoli.
Il ciclo si inaugura con la personale Odissea da Camera di Nicola Maria Martino. Fra gli artisti più coerenti e rigorosi della sua generazione, dopo un periodo di sperimentazioni fra performance e provocazione dadaista è rimasto fedele alla pittura fin dai primi anni '70, anticipando temi e tecniche del cosiddetto "ritorno alla pittura", collocabile alla fine di quel decennio.
La produzione più recente di Nicola Maria Martino - che costituirà il nucleo centrale dell'esposizione - si articola in quadri di vario formato.
Si tratta di una riflessione sui temi della memoria e dell'esperienza, in quanto elementi che presiedono alla formazione della Storia e, più in generale, all'evoluzione della civiltà. Quella di Martino resta una forma di racconto distesa, elegante, malinconica ed ironica allo stesso tempo.
Pertanto, una sua mostra negli spazi sottostanti il grande ciclo di Benozzo Gozzoli, cui la critica riconosce felicità narrativa, ricchezza ornamentale ed equilibrio compositivo, rappresenta un formidabile cortocircuito visivo.
Tali caratteristiche, condivise negli intenti da Martino, intendono mettere in risalto la dialettica storia/contemporaneità, mediante un reciproco arricchimento formale fra i due piani dell'edificio.
In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo con testi critici di Maurizio Coccia e Massimo Onofri.

Note biografiche
Nicola Maria Martino (Lesina, 1946). Studia all'Accademia di Belle Arti di Roma dove ha come maestro Sante Monachesi. La sua partecipazione attiva sulla scena artistica comincia nei primi anni Settanta durante i quali realizza interventi e azioni concettuali-comportamentali. Nel 1976 abbandona i procedimenti analitici e la smaterializzazione del concettualismo e riprende la pratica della pittura.
Ha esposto in numerose gallerie in Italia e all'estero, ha partecipato alla Biennale di Venezia (1980 - Progetti Speciali) e alla Biennale di Istanbul (1989). Sue opere sono presenti in prestigiose collezioni pubbliche e private e presso la Collezione d'Arte Contemporanea della Farnesina. Vive e lavora fra Roma e la Sardegna.

Maurizio Coccia (Garlasco, 1963). Laureato in Pedagogia e Storia dell'Arte presso l'Università di Parma. Dal 2003 al 2006 è stato prima Curatore e poi Direttore Artistico del "Trevi Flash Art Museum of International Contemporary Art". Attualmente è Direttore Artistico del "Centro per l'Arte Contemporanea Palazzo Lucarini", a Trevi. Contemporaneamente svolge attività di critico e curatore indipendente, in Italia e all'estero. È anche consulente di numerose istituzioni, pubbliche e private, sui temi dell'arte pubblica, dell'architettura e della didattica museale. Insegna Storia dell'Arte Moderna e Contemporanea all'Accademia di Belle Arti di Sassari.

Nota informativa
La chiesa di San Francesco fu costruita tra il 1335 e il 1338 dai frati Minori. Officiata dai frati fino al 1863, la chiesa in quell'anno passò in proprietà al comune di Montefalco e dal 1895 divenne sede del Museo Civico. Nel 1990 il ripristino di locali ex conventuali adiacenti alla ex-chiesa ha permesso la realizzazione di una struttura museale articolata in tre spazi espositivi: la ex-chiesa, cui si è tentato di restituire l'aspetto originario, la Pinacoteca, dove sono conservate tutte le opere mobili (tele, tavole, affreschi staccati provenienti da altre chiese e luoghi del territorio comunale), e infine la cripta, in cui sono raccolti i reperti archeologici ed altre sculture e frammenti di varie epoche. La chiesa contiene affreschi che vanno dal XIV al XVI secolo. Il recente ampliamento degli spazi espositivi rende il Complesso Museale di San Francesco il primo museo storico della Regione Umbria ad avere al suo interno spazi dedicati anche a mostre di arte contemporanea.
Complesso Museale di San Francesco
Via Ringhiera Umbra 6
Montefalco 06036
Tel +39 0742 378673
www.comune.montefalco.pg.it

domenica 19 luglio 2009

Nuovo Municipio a Tallin con la City Hall firmata BIG











Nuovo Municipio a Tallin con la City Hall firmata BIG
pubblicato il 30/06/2009

Il nuovo municipio della città di Tallin (Estonia) nascerà dal progetto presentato dal danese Bjarke Ingels Group insieme al britannico Adams Kara Taylor, aggiudicatario del concorso internazionale d’idee sulla migliore soluzione architettonica per il nuovo edificio amministrativo del governo cittadino, che sarà situato su un terreno di 35.000 m2 vicino all’edificio Linnahall. Un concorso che ha riscosso grande interesse, registrando la partecipazione di 81 architetti con i rispettivi team. Tra questi, la giuria internazionale - presieduta dal vice sindaco Taavi Aas - ha scelto 9 finalisti per la seconda fase, assegnando a maggio con voto unanime il primo posto al Bjarke Ingels Group BIG.
La struttura ha la forma di un parallelepipedo tagliato in diagonale, il cui soffitto fortemente inclinato è ricoperto da un’immensa superficie specchiante che rifletterà l’immagine panoramica della città, trasformando la torre in un grande “periscopio democratico”.
Altra peculiarità nella progettazione della City Hall di Tallin è il requisito di elasticità dell’edificio pubblico – in quanto capace di adattarsi alle esigenze inattese dei cittadini – e l’ispirazione alla trasparenza e alla democrazia partecipativa. I funzionari pubblici accolti dal Municipio di Tallin (anche Tallin Town Hall) non dovranno di prendere decisioni remote dietro spessi muri. Dall’esterno, le finestre panoramiche consentiranno ai cittadini di vedere la loro città, sul luogo di lavoro. Al contrario, i funzionari pubblici potranno guardare fuori e alla piazza del mercato senza dimenticarsi della città e dei suoi cittadini. Ciascun dipartimento occupa un singolo volume, connesso a quelli delle altre sezioni attraverso una travatura di tipo Vierendeel.
La strutturazione in due fasi del concorso internazionale ha consentito agli architetti danesi di confrontarsi costruttivamente con i bisogni della città e, di conseguenza, rivedere sensibilmente il design iniziale. Anche grazie a questo confronto, il progetto architettonico dello studio BIG è stato pensato in modo che il Palazzo del Comune non sia semplicemente un luogo circondato dallo spazio pubblico, ma uno spazio che i cittadini possano letteralmente invadere. Tra gli elementi chiave dell’architettura, quindi, la trasparenza, ottenuta tramite le porose facciate degli edifici che lasciano entrare la luce, e la reciproca vista tra impiegati e cittadini di Tallin.
http://www.big.dk

sabato 18 luglio 2009

Il grande "Paz" illustra Jacques Prévert







18 giugno 2009
Il grande "Paz" illustra Jacques Prévert
Sarà una chicca per gli amanti del fumetto e della satira dissacrante, oltre che dell'arte in generale. Dal 25 luglio al 3 settembre la Palazzina Azzurra ospita una mostra di disegni e tavole del grande Andrea Pazienza
SAN BENEDETTO DEL TRONTO - Una mostra di disegni del grande "Paz" ispirati a poesie di Prévert. Direzione artistica Barbara Di Cretico. Sarà una delle chicche dell'estate sambenedettese e si terrà in Palazzina Azzurra dal 25 luglio al 3 settembre. Andrea Pazienza non ha bisogno di presentazioni, anche perché il geniale fumettista ebbe i suoi natali proprio a San Benedetto, sebbene crebbe fra Pescara e Bologna. Jacques Prévert per chi non lo conoscesse è stato un grande poeta e sceneggiatore del novecento francese.
Si legge nella nota di presentazione dell'evento, scritta dalla curatrice Barbara Di Cretico: "Lo sapevate che il più geniale, fedele, creativo interprete di Prévert è stato Andrea Pazienza con le sue tavole? Paz e Prévert: due artisti egualmente popolari e anarchici, sperimentali e vernacolari, violentemente antiborghesi e iper-romantici, audaci e fortemente comunicativi".
"Il disegno di Paz, che deve moltissimo al suo primo insegnante nel liceo di Pescara, il mitico Visca, poi ritratto in mille storie, ha una energia straordinaria che piacque subito a Fellini (di cui realizzò il manifesto della "Città delle donne"). Pochi come lui hanno saputo raccontare storie dense e complicate attraverso poche, essenziali immagini. Può rappresentare l'orrore, la violenza, lo stupro, ma non perde mai di vista l'utopia e la bellezza. Metabolizza i linguaggi brutali dell'epoca ma reinventandoli attraverso un segno comico-grottesco, iperbolico. Molti i suoi modelli figurativi: i Jacovitti e Disney, le avanguardie, e anche quel Heins Edelmann di "Yellow submarine", di cui qui vediamo riprodotta la icona di Ringo Starr, in mezzo a Snoopy, barbudos guerriglieri, capitalisti in cilindro, l'Uomo Mascherato, uomini-pipa… Paz ha saputo mettere in scena un immaginario insieme antico e attualissimo, fatto di personaggi pubblici, entità fiabesche, oggetti animati, mezzi busti, citazioni, frammenti, Magritte e Alice…"
Cos'hanno in comune Prévert e Pazienza? La Di Cretico spiega: "Il primo, dopo aver attraversato il secolo, si è spento proprio nel 1977, quando il disegno originalissimo di un talentuoso ragazzo di San Benedetto del Tronto, appena sedicenne, esplose sull'onda della tenera e violenta sovversione di quell'anno. Paz morì tragicamente appena 11 anni dopo, simbolo di una generazione che, come scrisse Tondelli, "non ha mai realmente, creduto a niente, se non nella propria dannazione", anche se questa dannazione ha saputo raccontarla con leggerezza, fantasia e senso del comico. In ogni tavola di Pazienza e in ogni verso di Prévert percepiamo sempre questo amore "così violento, così fragile, così tenero così disperato" per tutto ciò che il Potere e le Maschere sociali negano".
La tavole che saranno in mostra a San Benedetto dal 25 luglio al 3 settembre 2009 sono non solo una illustrazione dei versi più celebri di Prévert ma anche una lettura che li integra e arricchisce, raccolte in un quaderno inedito che Pazienza illustrò nell'estate del 1973 dedicandolo al suo professore Sandro Visca. Il quaderno sarà esposto nella mostra.
Ancora la Di Cretico: "Vedrete sfilare maschere di maschere che nascondono il vuoto (memorabile la maschera da "fiala puzzolente"), donne funeree e ghignanti, uomini tristissimi e ottusi, un intero universo, rutilante e ripugnante, pieno di caos e candore. Generazioni diverse potranno "godere" la poesia di due autori che si rivolgono a tutti, e in modo diretto".
L'esposizione è stata realizzata grazie al contributo del Comune di San Benedetto del Tronto, assessorato alle Politiche culturali e ha ricevuto il patrocinio della Regione Marche e della Provincia di Ascoli Piceno. L'ingresso alla mostra è gratuito e gli orari di apertura sono i seguenti: tutti i giorni dalle 18 alle 24, lunedì chiuso.
È in uscita in libreria per le edizioni Fandango, in occasione della mostra, il libro Jacques Prévert, di Andrea Pazienza, fumetti inediti con una prefazione di Fernanda Pivano.

martedì 14 luglio 2009

Roberto FERRI e la Luce della Notte


" ROBERTO FERRI E LA LUCE DELLA NOTTE "
“Raffaello …non bisogna credere che l’amore esclusivo che ho per questo pittore mi porti a scimmiottarlo…penso che saprò essere originale nell’imitazione”. J.A.D. In gres “I maestri consigliano di non fare un’arte povera”. G. Moreau “Ritorna il nudo; e con il nudo la bellezza: gli dei ritornano, tenendosi per la mano”. M. Sarfatti “Ciò che chiamiamo arte ha a che fare con la facoltà mitologica dell’uomo”. G. Manganelli Come è noto, l’Anacronismo nasce alla fine degli anni settanta in opposizione al “prosciugamento dell’arte” perseguito tenacemente dalle neo avanguardie. Il “prosciugamento” era (ed è) collegabile ad uno spirito calvinista e puritano che nega al piacere il posto che questo ha avuto per lungo tempo all’interno dell’arte dell’Occidente. Al di là del gruppo che si proclama “concettualista”, tutte le neo avanguardie infatti, si attestano su di un terreno “mentalista”, un terreno il quale proclama che quello che conta è l’idea e non l’opera, il progetto e non l’artista che mette “le mani in pasta”. La reazione al mentalismo – puritanesimo delle neoavangurdie si ha con la Transavanguardia e con l’Anacronismo; ora, se la Transavanguardia ha concluso da tempo il suo ciclo vitale, l’Anacronismo non solo prosegue il suo cammino, ma acquista nuovi adepti e sembra destinato a lunga e feconda vita. Roberto Ferri è senz’altro uno degli ultimi “acquisti” di questa corrente pittorica; cerchiamo di comprendere a pieno la particolare e personale versione che dell’Anacronismo viene offerta dal giovane artista. In Ferri l’Anacronismo si presenta come una fede certa e sicura; ci troviamo dinanzi ad una convinzione che affonda le sue radici in un antipuritanesimo consapevole. Al calvinismo delle neoavanguardie, il pittore oppone un dichiarato e plateale piacere della pittura; al punto in cui siamo oggi, il neoavanguardismo si presenta poi come un vero e proprio “accademismo”, una formula che ripete ormai stancamente se stessa. Ne consegue, necessariamente, che la magia della pittura evocata dagli anacronismi costituisce, per il fruitore, un “trauma positivo” che, paradossalmente, assume le vesti della “novità”. Le avanguardie storiche, nella loro incredibile avventura, ci avevano abituato a continue intrusioni della “novità” sul terreno dell’arte; era evidente che la situazione non poteva durare a lungo; ora, lo ripetiamo, se all’inizio del ventunesimo secolo vogliamo rimanere all’interno della logica del “nuovo a tutti costi”, è all’Anacronismo che dobbiamo rivolgerci. Veniamo ora ad una più precisa definizione dell’Anacronismo; per fare ciò ci appelliamo all’estetica di Stefano Di Stasio; una tale estetica è perfettamente applicabile, infatti, anche alla prassi pittorica e alla poetica dell’emergente Roberto Ferri. Che cosa sostiene Di Stasio? Sostiene che il prius è prendere atto che l’arte è un fenomeno perfettamente in attuale; l’arte può dialogare con il mondo unicamente se non si illude di concilarsi con questo. Secondariamente bisogna accettare che la pittura è stata dipinta tutta; dinanzi a questo fatto si aprono due sole possibilità: o il silenzio, o il gioco solitario dell’artista il quale, mentre si nutre dello splendore della storia dell’arte dell’Occidente, non si cura minimamente dell’utilità dell’arte stessa all’interno della società. Da qui scaturisce, con spinoziana necessità, che l’arte altro non può fare se non tentare l’epifania dell’Altrove. Ora, che cos’è l’”Altrove”; questo di per se, comporta la sostanziale negazione della mimesi, per cui qualsiasi immagine viene dal pittore stravolta e gettata su di un terreno francamente onirico e surreale. Tutto ciò salta agli occhi se accostiamo la produzione del tarantino a quella di un campione dell’Anacronismo come Leonardo Caboni. Ovviamente, fin da quando Ferri si è accostato all’opera del “maestro dei dirigibili”, ne è rimasto affascinato; abbiamo sempre parlato, per Caboni, di “realismo irrealistico”; possiamo tranquillamente parlare di “realismo irrealistico” anche per Ferri; ciò che però lo allontana da Caboni è il rifiuto della spettralità metafisica che costituisce la verità ultima della pitture caboniana. Ferri coniuga invece, come abbiamo detto e come diremo ancora, surealtà ed erotismo, un erotismo pronunciato, appunto, da corpi che si nutrono costantemente della loro esibita seduzione. Dobbiamo partire da queste considerazioni, per non tralasciare un nodo decisivo, quello dei rapporti fra l’artista e le avanguardie storiche. La grande e spericolata avventura delle avanguardie storiche viene decisamente respinta da Roberto Ferri, il suo amore va al Simbolismo e, soprattutto, al Pompierismo. Da quanto abbiamo detto finora si capisce benissimo che le sue “bestie nere” sono Duchamp e il Dadaismo; il giovane artista non accetta assolutamente né la “morte della Bellezza” teorizzata e praticata dall’autore della Ruota di bicicletta, né il passaggio dal quadro all’oggetto; detto questo rimane peròil fatto che non tutta l’esperienza delle prime avanguardie viene rifiutata da tarantino. Dall’opera di distruzione messa in atto da Ferri si salva il Surrealismo. Per quale motivo? Per una ragione molto semplice; nella misura in cui, per l’artista, l’arte è il terreno di manovra di una immaginazione irrefrenabile, non è possibile rifiutare l’apporto di un fenomeno che dell’immaginzione ha coltivato la supremazia assoluta. Affronteremo più dettagliatamente la questione quando, al termine di questo lavoro, leggeremo almeno una delle opere ferriane; cerchiamo di cogliere ancora i movimenti interni della poetica dell’artista. Prestiamo attenzione agli “oggetti” di cui Ferri fa largo uso; la conclamata preziosità di questi serve come l’argomento polemico, come arma da usare contro il poverismo e l’anoressia delle neoavanguardie; non a caso abbiamo citato in epigrafe la frase di Gustave Moreau sui maestri antichi e sull’opulenza della pittura. Come dicevamo, anche il Simbolismo esercita la sua influenza letale sul giovane tarantino; spesso e volentieri, infatti, le sue “macchine” perverse e dorate fendono i corpi; non ne alterano però l’integrità e lo splendore ontologico. Tutto ciò denuncia la presenza di un irrinunciabile sogno di classicità. Ciò accade perché alla base della scelta di Ferri si colloca (decisamente e trionfalmente) la religione romantico- pagana dell’Eros e della Bellezza. Ecco spiegato perché il giovane artista evoca a più non posso le divinità del paganesimo; gli dei costituiscono, infatti l’incarnazione compiuta del Desiderio, quel Desiderio che non può non innamorarsi dell’eterna epifania della giovinezza. Giungiamo così all’asse portante del intera ricerca di Ferri: il neocaravaggismo. Tutti noi, quando nasciamo, veniamo “gettati nel mondo”come dice Martin Heidegger; Ferri, ovviamente, non ha scelto di vedere la luce nel corso del ventesimo secolo; se avesse potuto scegliere, avrebbe senz’altro preferito il Cinquecento o il Seicento; di qui l’amore per Caravaggio e per la grande stagione pittorica secentesca. La dialettica buio-luce viene però, dall’artista, piegata ad esigenze e scelte che non hanno nulla a che vedere con le intenzioni di Michelangelo Merisi. Questo accade non solo per evidenti motivi storici, ma perché una tale dialettica è funzionale ad un discorso diverso; quale? Come è noto, la dialettica buio- luce è legata in Caravaggio, ad una visione squisitamente teologica e penitenziale (1). Ferri, che è sostanzialmente un pagano, garantisce che quello che emerge dall’ombra è sempre la carne, una carne a cui è ignota la trascendenza e che risulta magnificamente avviluppata nel proprio destino di provocazione. A questo punto, per verificare quanto detto finora, leggiamo almeno un dipinto di Roberto Ferri. Ne Il Traghettatore quello che abbiamo detto finora risulta documentato e palesato. Dal buio pesto di un “luogo” che, in realtà, è un “non-luogo”, appare, di spalle, un busto di un giovane eroe; nascoste la testa e le gambe; a sinistra di chi guarda un tendaggio barocco. Non possiamo scorgere gli occhi del Traghettatore perché non è all’anima che punta il pittore, il suo campione è corpo e la sua anima parla esclusivamente attraverso il linguaggio spudorato del corpo. Nudità e lusso si inseguono reciprocamente all’interno di un ambiente di cui non sappiamo nulla e di cui non sapremo mai nulla. “Che cosa amerò se non l’enigma?” vale sia per de Chirico che per Ferri; l’enigma però, nel tarantino, non si accompagna alla freddezza degli spettri; tutto il contrario. Dove va il Traghettatore che possiede un remo ma non una barca? Non va da nessuna parte perché gode solo del proprio esserci; questo poi, per denunciare il suo intimo sublime, si ammanta di Storia e di Memoria. Al di floridi queste, per Ferri, non sia dà arte; nello stesso tempo ribadisce che l’arte è rinchiusa nello scrigno prezioso e separato della pittura. La “separatezza”, a sua volta, altro non è se non la documentazione efficace della sostanziale irriducibilità dell’arte al quotidiano. Certo la pittura è comprata e venduta; ciò non toglie che essa, grazie proprio alla sua anacronistica posizione all’interno dell’attualità, si “mette da una parte” e tesse immagini e visioni che nulla hanno a che vedere con la miseria dei fenomeni. Chi scrive ha definito più volte questa idea dell’arte come notturna; in Ferri la “Notte” è doppia perché il destino concettualmente “lunare” della pittura si consuma all’interno di uno spazio abissale che, lo ripetiamo, fa da giusta cornice alla luce della carne. E’ questa, per Roberto Ferri, l’unica verità che la voragine riconosce come sua e con la quale investe chiunque si avvicina al quadro e che rimane folgorato essendo quest’ultimo nient’altro che una perfetta e compiuta realizzazione del Desiderio.
Robertomaria Siena

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