martedì 19 ottobre 2010
Greta Buysse
The timeless photography of Greta Buysse
Greta Buysse loves mise en scène, accumulating and associating, a hint of Baroque, tension, retro. Sometimes she cherishes apparently worthless things, but with a whole life behind them, and she integrates them in a work of art. With a cautious, groping sensitivity she often in an inimitable way records the timeless grandeur of locations with departed glory. Looking and finding are her great virtue, the patience of Job and technical bravura are admirable: Weather-beaten walls full of notes, paint which is peeling off and traces of time, man and decadence which can tell long stories. This is one aspect of Buysse’s oeuvre.
Another is the beauty of woman. Sometimes sensually provocative, revealing and concealing at the same time
© Thierry Buysse
Usually draped in veils. The striking thing is that when Buysse drapes female beauty or work on the skin, she is really sculpting. Love, life and death… Letters, feathers. Corks, cages, Magritte. Buysse associations. The lap of women who is draped and lying on her side. At first glance an abstract painting or a shining marble picture with extremely tense folds, but at the same time – the fascinating play of light and shadow in the slope – unmistakably a “lap” and never more feminine. In certain of her works, which are puzzled back together in framed square parts – which give the work a distinct dimension – on occasion Buysse plays with light so virtuously that her protagonists even remain visible in the dark! The white wings of a dark angel…
Furthermore, Buysse in her scrupulously produced tableaux – nothing is left to coincidence or one of her cats could unwant demand a supporting role – more than once betrays her preference for Surrealism, the fantastic. Work such as “Hommage à Magritte” expresses fascination.
More than ever, Buysse is in the foreground as a sculptor here. The skin has become stone, the woman now an absolute picture, made out of one big lump of clay through which a fracture runs over her entire body from her neck to her Venus mount. There is not only the unlikely presence of a third dimension, but also a play of lines, shadow and signs, white and black and above all capturing light: the result of an amalgam of acquired and combined techniques.
Initially Buysse practiced with her own writing. She was never short of a sharp, quick or sensitive scribbled note and as a result has a rich supply of hardly legible fragments of personal revelations. Now she succeeds in incorporating bodies in stone and texts for eternity, she writes fewer letters. Her photographic ability is developed to such a degree that she can entrust her inner stirrings to her work. No one can read it, although it is artistically immortalized. Looking carefully, the worn-out, empty chair tells a whole (life) story, tells more than people and letters could ever say.
Johan Debruyne
lunedì 18 ottobre 2010
Dopo Corrente, un’esperienza artistica nel suo evolversi











Dal 25 settembre al 27 novembre 2010
A cura di Andrea Barretta
Allestimento di Riccardo Prevosti
ab/arte - Galleria d’arte moderna e contemporanea
Vicolo San Nicola, 6 - 25122 Brescia
Tel. 030 3759 779 Cell. 338 4429 564
Orari: giovedì 15,30-19,30;
venerdì e sabato 9,30-12,30 e 15,30-19,30
La storia di Corrente, che fra il 1938 e il 1943 risulterà essere l’unico movimento artistico ad esprimere nuovi impulsi creativi in una Italia sonnecchiante agli eventi che pur si prefiguravano con toni minacciosi, è ancora tutta da scrivere insieme all’altro importante movimento, il Futurismo, che l’aveva preceduto e poi perso in quelle vicissitudini che Corrente invece pose come cardine del suo agire. Il Futurismo e poi Corrente, dunque, pur per ambiti diversi e per concettualità opposte, sono stati entrambi relegati in una retorica fascista il primo e antifascista il secondo, in una analisi politica incapace di uscire da un déjà vu che riporta sempre gli stessi sciatti stilemi senza sentire la necessità di raccontare la vera vita artistica prodotta non solo nell’arte ma pure nella letteratura, nella filosofia e in altre discipline della cultura in genere.
L’antefatto di Corrente è da ricercare con un cenno alla fine della Prima guerra mondiale che aveva lasciato dietro di sé morte e distruzione. Si sentiva una gran voglia di ricominciare, così pure nell’arte che paventava una rivisitazione dell’ordine, dello stile della classicità antica e dei suoi ideali, e guardava a un ritorno alla forma e alla composizione, dopo gli sperimentalismi delle avanguardie di inizio secolo. Avanzò così l’esigenza di un realismo fatto di rappresentazioni semplici e comprensibili che si realizzò con un gruppo di artisti che nel 1923 esposero per la prima volta a Milano sotto il nome di Novecento italiano. Nei dipinti si privilegiava la quotidianità, resa classica da uno stile ispirato all’arte del passato. Un’arte tutta italiana che nel corso degli anni Venti produsse un movimento di consensi anche da parte della critica, ma che negli anni Trenta finì per rispecchiare le esigenze culturali del regime che proprio nei fasti della classicità trovava la sua più forte rappresentazione.
Una prima opposizione a tale situazione si ebbe a Milano da alcuni critici, artisti e intellettuali, e dall’inaugurazione di due gallerie in cui si ritrovavano: “Il Belvedere” e “il Milione”. Su questo humus culturale nacque la rivista Corrente - e intorno ad essa il gruppo di artisti che ne prese il nome - dove confluì il dissenso sia culturale che politico, in un panorama artistico del tempo che comprendeva sia la Torino dei Sei (Paolucci, Chessa, Levi, Galante, Boswell e Menzio) sia la Roma della Scuola di Via Cavour poi chiamata Scuola Romana (Mafai, Raphael, Scipione, Afro, Capogrossi, Pirandello).
Fondata a Milano dal diciassettenne Ernesto Treccani nel 1938, l’artista ne fu il direttore fino alla soppressione voluta dal regime con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940. Fra i collaboratori Vigorelli e Dino Del Bo, De Grada e Dino Formaggio, Lattuada e Comencini, Quasimodo e Vittorini, Montale e Saba, Gadda e Carlo Bo. Fra gli artisti Birolli e Cassinari, Guttuso e Manzù, Migneco e Morlotti, Sassu e Vedova che rifiutavano sia il classicismo sia il cerebralismo dell’arte astratta e s’affacciavano sulle avventure artistiche europee, guardando a Picasso e a Van Gogh (ma anche a Ensor, Munch, Kierchner), alla pittura postimpressionista ed espressionista. Inizialmente Corrente fu un movimento tollerato dal fascismo - che considerava gli intellettuali e gli artisti una élite cui concedere alcune libertà di pensiero negate al resto della popolazione - e riuscì a formare la figura dell’intellettuale non fascista, così come contemporaneamente, in Germania, per gli artisti della Nuova Oggettività, l’espressionismo fu invece la svolta polemica contro il regime nazifascista.
La prima mostra del gruppo si tenne al Palazzo della Permanente di Milano nel 1939 cui seguirono quelle organizzate nella Bottega di Corrente, la piccola galleria in Via della Spiga che diede ancora voce al gruppo nell’attività artistica ed editoriale fino al 1943 (con l'irruzione della polizia durante una mostra di Vedova). Anni molto importanti per quello che riguarda gli sviluppi di quello che succederà in seguito.
Se è vero che Corrente fu un movimento nato per quell’idea di esistenza legata alla politica come relazione sociale tanto quanto l’arte come espressione di coinvolgimento civile dell’artista stesso - ne è un esempio il David di Manzù del 1939, una scultura in cui l’eroe è visto come un antieroe ed è ritratto in modo dissacratorio in una posizione accovacciata - tale concetto diventa la chiave di lettura della rassegna che ab/arte propone nelle sue sale a Brescia. L’intento di questa mostra non è quello di presentare opere di quegli anni ma di rendere omaggio alla vita artistica che Corrente cementò nella sua funzione rivoluzionaria della pittura, punto di partenza per la storia dell’arte italiana del dopoguerra, del Dopo Corrente, appunto, analizzando il lavoro di quegli stessi artisti protagonisti di una stagione capace di coinvolgere l’interesse di tutti indipendentemente dalla propria estrazione culturale e dalla provenienza e formazione.
Il dibattito in Italia si apre già agli inizi degli anni '40 quando si crea un gruppo di cui fanno parte molti degli artisti di Corrente - primo fra tutti Emilio Vedova - i quali, negli incontri a volte anche molto accesi, daranno vita a nuove consapevolezze nello scrivere i manifesti “Oltre Guernica” e subito dopo quello del “Realismo” che non può non tenere conto dei drammatici momenti contingenti. La mostra Dopo Corrente prende dunque spunto da quanto già si prefigurava fin da allora nei due diversi filoni in cui si divisero: quello realista (Guttuso, Morlotti, Sassu, Treccani e Mucchi) e quello espressionista (Cassinari, Migneco). Era, in sintesi, la Corrente Realistica, sottolineata da un impegno politico e sociale e la Corrente Astratta. Intanto cresceva in questo Dopo Corrente il Fronte Nuovo della Arti (cui aderirono Guttuso e Vedova), con un’apertura verso l’avanguardia europea, ma dalla vita breve: 1946/1949. A seguire il Gruppo degli Otto e del Movimento Realista.
Una storia complessa che ieri come oggi pone l’annosa questione del realismo e dell’astrattismo o di un’arte non figurativa o geometrica: linguaggi che s’accodano ancora una volta alla politica e alla sostanza di una controversia che contrapporrà il Comunismo e la Resistenza, arte e artisti in una dialettica che andrà avanti per alcuni decenni. E’ su questo confronto, il conflitto tra “astrattisti” e “realisti”, che la mostra intende entrare aprendo una porta sul Dopo Corrente. Quanto ha pesato l’impegno di questi artisti nell’arte che definiamo “moderna”? Furono innovatori pur nel rispetto della tradizione formale classica o interpreti della pittura europea con una vicinanza alla realtà? Arte significa impegno politico oppure nulla deve avere in comune con il suo utilizzo come impegno sociale? Questi gli interrogativi che la mostra Dopo Corrente pone, delineandone il profilo poetico dopo ogni idealismo e formalismo, dopo ogni retorica dell’arte che cade nel vago e nell’arbitrario, condividendone nell’esperienza la percezione nella Guernica di Picasso del simbolo della lotta contro la barbarie di ogni guerra. Nel Dopo Corrente non ci sono più “manifesti” o particolari ideologie e il modo di fare arte sarà molto diverso per ognuno di loro. Emergono nuove energie in cui possiamo ravvisare ancora e soltanto un denominatore comune: l’ambizione di separarsi dall’arte ufficiale così pregiudicata dal punto di vista politico (rimpianto, nostalgia?).
Un altro tassello di Dopo Corrente, in questo percorso espositivo, prenderà forma di fronte ad una memoria frammentaria che ha elaborato fatti approssimativi e un’idea distorta che non ha aiutato a capire quale collocazione abbia avuto Corrente nella cultura artistica italiana di quel periodo e nel suo dopo che non può prescindere dalla sua genesi. Non è facile, e per questo intendiamo dare solo uno spunto per approfondirne l’arte in sé, per conoscerne il clima carico di tensione lirica, la ricerca del colore, lo studio della materia, l’analisi della luce.
Nel 1944 il gruppo di Corrente era ormai disperso, oltre sessant’anni dopo la Galleria ab/arte di Brescia ne raccoglie l’eredità, presentandone gli sviluppi con opere degli stessi artisti che ne fecero parte: Domenico Cantatore, Bruno Cassinari, Renato Guttuso, Giuseppe Migneco, Ennio Morlotti, Gabriele Mucchi, Aligi Sassu, Emilio Vedova, e un acquerello di Piero Gauli, del 1949, che oggi è l’unica grande personalità di Corrente ancora vivente.
Andrea Barretta
Etichette:
Aligi Sassu,
Bruno Cassinari,
Corrente,
Ennio Morlotti,
Renato Birolli,
Renato Guttuso
giovedì 14 ottobre 2010
Giovanni MICHELUCCI l'architetto delle radici










Quanto ci manca oggi
Michelucci, l'architetto delle radici
Un convegno e una mostra ripercorrono la lezione del maestro scomparso nel 1990
E ci aiutano a capire qualcosa del suo successo che continua
Sembrano racchiudere tanta sapienza antica, ma non la danno a vedere, si esprimono con parsimonia, pochi materiali e forme, offrendo una faccia esterna non bella, ma rigorosa e misurata.
Poi, varcata la soglia, appaiono spazi interni profondi, ampi, generosamente amanti della vita, accoglienti per passione, come se un'antica, orgogliosa presunzione avesse dato alla luce luoghi semplici ma magnifici. Al centro di tutto si trova l'uomo e si muove in spazi che sembrano ispirati dalla religiosità dell'architettura toscana delle origini e dall'umanesimo. Ma qui mi chiedo: sto parlando delle architetture o sto parlando del carattere della gente? E capisco perché i toscani amano tanto Michelucci. Perché ha trascritto nelle opere il carattere secolare di questa gente, che in esse si rispecchia. E ha innovato, proprio come Masaccio. E se allarghiamo lo sguardo, anche il paesaggio toscano vi si rispecchia, ha gli stessi caratteri. A riprova, tornano alla memoria le maliziose parole di Michelucci che racconta di aver marinato le lezioni dell'Accademia per rifugiarsi nelle sue campagne a disegnare olivi, ramificazioni e radici, tratti di paesaggio, tutte figure che ricompaiono, molti anni dopo, come strutture cementizie in quegli spazi interni organici, che danno forma alla Chiesa dell'Autostrada piuttosto che all'Osteria del Gambero Rosso a Collodi.
Ma cosa si prova ad entrare in questi spazi, come anche in quelli più ordinati del Salone della Cassa di Risparmio o della Stazione? Qualcosa colpisce il nostro animo: un'esperienza di vita - non solo un'emozione estetica - la stessa che proviamo ad attraversare il Battistero o Santo Spirito, o ancora una strada di San Gimignano. La sagoma dello spazio è più ampia del solito, le luci provengono da più parti, un ordine strutturale lo plasma e cogliamo le molte direzioni in cui si svolge la vita delle persone, di colpo ci sentiamo immersi in una metafora del cammino dell'esistenza e scopriamo che noi siamo l'attore principale. L'animo coglie questa atmosfera e allora prova, come diceva il Maestro, "una dolcissima pace". Non sempre questi spazi interni sono ordinati, talvolta il dramma dei tempi vi resta impresso, come la tensione della crisi di Cuba forgia la tragedia spaziale della Chiesa dell'Autostrada e lì proviamo lo stupore della nostra inadeguatezza di fronte ai misteri del mondo.
Michelucci possedeva proprio quella "grazia" - tipicamente toscana - di introdurti gradualmente all'arte legandola alla vita: quando guardi queste sue opere, schiette e murate, ti ritrovi dapprima in un contesto familiare - spazi misurati, pietra solida, finestre in legno e tanta buona educazione - ti senti a casa, poi qualcosa inizia a stupirti e passi di stupore in stupore, perché tutto ciò che era della tradizione, le stanze, le facciate, le colonne, i tetti, tutto quanto viene modificato e riplasmato, creando spazi inusuali e sorprendenti, che avvolgono gli uomini. In quelle forme compare una sintesi di Gotico e Romanico - proprio quella che aveva originato il Rinascimento - ma stavolta nuovamente interpretata con gli strumenti e il pensiero della Modernità. Ma Michelucci, attraverso queste sue forme, non vuole parlarci tanto degli stili dell'architettura o delle sue regole, vuole parlarci soprattutto degli uomini, vuole raccontarci quel che ha capito della nostra vita, dei suoi dubbi, del nostro bisogno di essere individui, di raccontare la nostra esperienza, di esprimerci con sincerità e passione emotiva, ma soprattutto di essere membri di una comunità, di uno spirito corale che costruisce continuamente i luoghi della città e la società umana.
Quanto ne sentiamo la mancanza oggi, schiacciati come siamo dal predominio delle tecniche e dalla spettacolarità gestuale e consumistica di un atteggiamento individualista e solitario, che ha travolto i nostri paesaggi! Dobbiamo veramente trovare la forza di ribaltare questa sconfitta e tornare alle nostre radici; e proprio per creare gli antidoti a questa decadenza, dobbiamo continuare a imparare da Michelucci: da studioso, da giovane architetto, ma ancora oggi, tutte le volte che mi avvicino a una sua architettura, quando rileggo i suoi scritti o ricopio i suoi spazi e le sue sezioni, non è mai un'esperienza conclusa; al contrario, scopro ogni volta qualcosa di nuovo, si aprono mondi nuovi, emergono interpretazioni originali e ogni volta differenti, significati sempre più profondi. Il pensiero, il pensiero spaziale e il pensiero progettante ne restano plasmati, richiamano altri esempi e altri pensieri, generano associazioni mentali e progrediscono: ecco la formatività delle opere, quando la singola opera di architettura in cui è incarnata la profonda umanità e la partecipazione emotiva dell'autore, di Michelucci, ed è pietra viva, è densa di significati, dialoga con chi la attraversa e forma lo spirito di chi la osserva e la studia, predisponendolo a nuove sintesi di progetto. Si genera così quella circolarità fra opere e spirito dell'uomo, che è la vera vita dell'arte e un modo per tornare a interrogarci sulla nostra esperienza del mondo.
di Fabrizio ROSSI PRODI
Etichette:
Chiesa dell'autostrada,
Giovanni Michelucci
domenica 12 settembre 2010
Renato Guttuso, Passione e Realtà.
















Dall’11 settembre all’8 dicenbre 2010, la Fondazione Magnani Rocca, dedica a Renato Guttuso, un’importante rassegna di opere che anticipano il centenario della sua nascita. Teatro dell’esposizione sarà Mamiano di Trasversetolo, in provincia di Parma.
Saranno 65 le opere selezionate tra le quali figurano La spiaggia, Comizio, Spes contra spem, Caffè Greco, eccezionalmente prestato dal Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid.
Una mostra antologica, quindi, che prende idealmente spunto dalle quattro opere di Guttuso presenti nella collezione permanente della Magnani Rocca e dalle numerose lettere che mettono in luce i rapporti tra il maestro e Luigi Magnani.
Una motivazione ulteriore viene dal ricordo della grande mostra che nel 1963 Parma dedicò a Guttuso, mostra in cui era esposto il monumentale olio La spiaggia (4,5 metri di base) che il maestro di Bagheria destinò alla Galleria Nazionale di Parma e che sarà tra i capolavori presentati alla Magnani Rocca.
Una mostra completa, che offre al visitatore una carrellata di capolavori realizzati nei periodi di maggiore attività del maestro: dalla formazione dei primi anni ’30, sino agli ultimi anni di attività. Per oltre 50 anni, l’arte di Guttuso ha saputo rappresentare al meglio e con profondo senso realistico la condizione umana, fatta di passione, amore, dolore e sofferenza, condizioni queste che alimentarono gran parte del suo vissuto artistico ed umano.
Se opere come La spiaggia, Comizio, Caffè Greco, Spes contra spem sono le icone, certamente alta è la qualità anche delle altre opere, a cominciare dalle splendide, drammatiche nature morte che, negli anni quaranta, facevano presagire la tragedia della guerra e della catastrofe, così come i personaggi del “realismo sociale” e poi di quello “esistenziale” degli anni cinquanta, fino alle situazioni del suo particolare “realismo memoriale”, evocativamente visionarie.
Le tele provengono sia dall’estero, come il sopra citato museo di Madrid, sia da importanti musei italiani e da celebri collezioni, come la Collezione Barilla d’Arte Moderna, la Collezione Bocchi, con opere raccolte da Mario Bocchi tra i più importanti estimatori e amici di Guttuso e tra i principali artefici della citata mostra del 1963, e la Fondazione Francesco Pellin, originata dal rapporto di amicizia fra il pittore e l’industriale varesino Pellin, testimoniata da una raccolta di opere di grande bellezza e dal sostegno mecenatesco alla pubblicazione del Catalogo Generale del pittore, curato da Enrico Crispolti, autore anche del saggio principale del catalogo della mostra. Guttuso ebbe rapporti di amicizia e collaborazione con diversi artisti di altre discipline, basti ricordare Moravia, che viene raffigurato in un celebre ritratto, o lo scultore Manzù, che a Guttuso dedicò il monumento funebre di Bagheria dove è sepolto, e ancora poeti come Pasolini, Montale, Neruda nonché grandi maestri figurativi come Picasso e Sutherland.
di Isabella Zavattaro
GIACOMO FAVRETTO (1849 – 1887)



.jpg)




.jpg)








GIACOMO FAVRETTO (1849 – 1887)
Venezia fascino e seduzione
Venezia, Museo Correr
31 luglio – 21 novembre 2010
Il veneziano Giacomo Favretto (1849-1887) è uno dei più importanti maestri dell’Ottocento italiano, per la qualità della pittura, l’originalità del percorso, le contiguità con l’opera di altri artisti a lui vicini o contemporanei. Vero “innovatore“ della scuola veneziana della seconda metà del secolo, recupera, aggiornandoli, gli aspetti peculiari della grande tradizione veneta - da Longhi a Tiepolo - abbandonati nella prima metà dell’Ottocento a favore della pittura di storia e di quella di paesaggio. Favretto sarà un pittore di enorme successo nella sua breve, intensa carriera. Scomparirà prematuramente nel 1887 lasciando sul cavalletto, incompiuto, quel Liston moderno che avrebbe forse potuto rappresentare una possibile declinazione veneziana delle più moderne tendenze internazionali: ma la Biennale nascerà a Venezia solo nel 1895.
È, questa, la prima mostra a lui dedicata ai nostri tempi. Coprodotta con il Chiostro del Bramante di Roma, approda doverosamente a Venezia, in una versione ricca e aggiornata con straordinari inediti. Circa ottanta le opere esposte. Di Favretto si copre l’intero arco della produzione artistica, presentando, tra l’altro, capolavori già appartenuti alle raccolte del Re d’Italia e notevoli opere sconosciute al grande pubblico, provenienti da Musei o collezioni private; ma, con particolare attenzione, la mostra si sofferma anche su relazioni e confronti tra Favretto e altri protagonisti della pittura veneta coeva, tra cui Ettore Tito, Alessandro Milesi, Guglielmo Ciardi, Luigi Nono….
La mostra ripercorre tutte le tappe della vicenda artistica di Favretto: dagli esordi all’Accademia di Belle Arti di Venezia (in mostra l’originalità della sua visione emerge anche dal confronto con i suoi maestri dell’epoca, da Pompeo Marino Molmenti a Michelangelo Grigoletti), ai successi a Brera, fino alla partecipazione all’Esposizione Universale di Parigi (1878) da cui torna con nuove ispirazioni e suggestioni tecniche. L’esposizione prosegue poi con le composizioni degli anni Ottanta, che riscuotono un vastissimo consenso di critica e di pubblico. Da un lato l’acuta osservazione del vero, di una quotidianità della vita veneziana rappresentata a livelli altissimi, non senza tocchi di ironia (da cui il rimando agli esiti dei grandi interpreti del passato, da Longhi a Tiepolo), dall’altro l’adesione alla moda e al gusto dei suoi tempi, con la ripresa del filone in costume settecentesco. I dipinti degli anni ‘80 segnano la maturità della carriera artistica di Favretto e la mostra li documenta con dovizia; tra questi, opere provenienti da grandi musei italiani e stranieri, tra cui Susanna e i due vecchi in prestito dalla Galleria Nazionale di Budapest, che per la prima volta arriva in Italia e lo straordinario Lavandaie della collezione Katalinic, mai esposto prima. Nel 1887 partecipa all’Esposizione Nazionale di Venezia, durante la quale muore. L’ultimo dei suoi capolavori, Liston moderno, opera acquistata dal Re e oggi in collezione privata, “chiude” la mostra. L’”eredità” di Favretto, documentata dalla persistenza di una fortissima richiesta di dipinti di genere sulla scia delle sue composizioni è esemplificata in mostra dai dipinti di autori diversi che esplicitamente ne richiamano temi e modi e alimentano il gusto collezionistico dell'epoca.
Iscriviti a:
Post (Atom)





