giovedì 13 ottobre 2011

Vincenzo NUCCI
















VINCENZO NUCCI

“Illuminazioni:
“Tra Luce, Memoria e Malinconia”

(Retrospettiva Collaterale e Contemporanea alla 54° BIENNALE di VENEZIA - Padiglione Italia, 2011)
A CURA
di GIOVANNI BONANNO

11 Giugno al 27 Novembre 2011
Inaugurazione: Sabato 11 Giugno 2011
ore 18.00
Ophen Virtual Art Gallery, Via S. Calenda, 105/D – Salerno Tel/Fax 089 5648159
e-mail: bongiani@alice.it – Web Gallery: http://www.ophenvirtualart.it/
Orario galleria 16 - 19 Lunedì – Domenica

In concomitanza con la 54a Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia, lo Spazio Ophen Virtual Art Gallery di Salerno apre l’11 giugno 2011 con una mostra Retrospettiva dedicata a Vincenzo Nucci, artista siciliano di grande interesse che da diversi decenni ha improntato il suo lavoro di ricerca sulla luce e che risulta invitato al Padiglione Italia, 2011.
La retrospettiva dal tema “Illuminazioni: Tra luce, memoria e malinconia” documenta una selezione ragionata di 75 opere fra oli e pastelli (dal 1978 al 2010) realizzate da Vincenzo Nucci negli ultimi trent’anni di attività.” Il tema è il paesaggio, la campagna, la casa padronale, le mura di cinta dove si arrampicano rigogliose buganvillee fiorite di lacche rosse, e soprattutto la palma, protagonista e simbolo della fascinosa Sciacca araba che egli ama. Enzo Nucci dipinge la natura siciliana, in quel tratto di costa intorno a Sciacca queste immagini di palme e brevi orizzonti contemplano il sentimento di una assorta malinconia. Le sue opere sono “memorie di un tempo”, con le case, le palme, i rampicanti e le buganvillee che hanno preso il sopravvento e riempito il vuoto di una vita che ormai non c’è più. L’artista saccense guarda alla natura, al paesaggio con stupore. Le sue opere vivono la dimensione intima e "visionaria” dandoci struggenti emozioni e nel contempo delicati e sottili memorie che solo la poesia, quella vera, sa rivelare. Come dice Piero Guccione, (1989) "Enzo Nucci è uno dei pittori che dipingono ancora la natura. Più esattamente Nucci dipinge la natura siciliana poiché la abita; in quel tratto di costa intorno a Sciacca dove più fortunata e civile la vita conserva un barlume di dolcezza rispetto ad altre zone devastate dell'isola. […] queste immagini di palme e brevi orizzonti contemplano il sentimento di una malinconia greve "irredimibile" della nostra natura insulare." E’ dal 1980 che Vincenzo Nucci dipinge paesaggi, paesaggi della Sicilia con la casa padronale, le mura di cinta, e oggi le palme, simbolo della dolce Sicilia,del la Sciacca araba e Barocca che dal mare con orgoglio guarda all’Africa e sogna. Enzo Nucci, è un artista di grande qualità, capace di cogliere le insolite e struggenti emozioni dell’anima. Dalla sua finestra sopra il porto di Sciacca guarda affascinato l’orizzonte del mediterraneo, l’Africa e il magico ed esotico Oriente e intanto traccia immagini di palme e di orizzonti volutamente non definiti in cui la nostalgia intrisa di insolite memorie si tramuta in delicata e struggente malinconia, in assorto silenzio e soprattutto in incantata e magica rivelazione lirica.

Biografia
Vincenzo Nucci è nato a Sciacca (Ag) nel 1941 e qui ha sempre lavorato. Frequenta l’Istituto d’Arte di Palermo e l’Accademia di Belle Arti di Agrigento. Le sue prime personali, nel decennio fra il 1960 ed il 1970 in varie città italiane, lo vedono impegnato nei temi sociali e drammatici come la guerra del Vietnam e il terremoto del Belice. Dal 1980 Nucci dipingerà solo paesaggi, anzi il paesaggio Siciliano, la casa padronale, le mura di cinta dove si arrampicano rigogliose bouganville fiorite di lacche rosse, le antiche rovine di Selinunte e, infine, lei, la palma, protagonista e simbolo della fascinosa Sciacca araba che egli ama. Nel 1989 è invitato alla Biennale Nazionale Città di Milano, Palazzo della Permanente. Nel 1991 conosce Philippe Daverio che lo invita ad esporre alla rassegna d’arte “Anni Ottanta in Italia” all’Ex Convento di San Francesco di Sciacca e successivamente organizza una sua personale alla galleria Daverio a Milano. Nel 1992 conosce Marco Goldin che gli organizzerà nel 1994 una mostra antologica a Palazzo Sarcinelli di Conegliano con scritti in catalogo dello stesso Goldin, di Guido Giuffrè e di Marco Vallora. A Conegliano, Palazzo Sarcinelli esporrà ancora nella rassegna “Da Fattori a Burri, Roberto Tassi e i pittori”, nella mostra “Una donazione per un nuovo museo”, e ancora nel 1998 “Elogio del pastello, da Morlotti a Guccione”. Sempre su invito di Marco Goldin, nel 1999 terrà una mostra antologica del pastello “Opere 1981-1999″, a Treviso nella Casa dei Carraresi, con testi di Marco Goldin ed Enzo Siciliano. Nel 2003-2004 la Provincia Regionale di Palermo organizza una sua mostra antologica al Loggiato San Bartolomeo, “Opere 1981-2003″, con scritto in catalogo di Aldo Gerbino. Nel 2006 è invitato da Philippe Daverio alla LVII edizione del Premio Michetti di Francavilla al Mare. Nel 2007 è presente alla mostra “Arte Italiana 1968-2007. Pittura”, curata da Vittorio Sgarbi al Palazzo Reale di Milano. Del 2008 la mostra personale “Impressioni di luce” alla Galleria 61 di Palermo e l’antologica “Opere 1984 – 2008” presso l’ex Convento di San Francesco a Sciacca con testo in catalogo di Philippe Daverio. Del 2010 la personale “Gli uomini del paesaggio” alla Galleria Spazio Forni di Ragusa e la collettiva “Mare Nostrum” alla Galleria Forni di Bologna. Nel 2011 viene invitato alla 54° Biennale di Venezia, Padiglione Italia. L’artista vive a Sciacca.

Salerno(Salerno)
Spazio Ophen Virtual Art Gallery
ore 16-19
ingresso su invito
Info. bongiani@libero.it
WEB http://www.ophenvirtualart.it

mercoledì 12 ottobre 2011

Fabrizio CLERICI,pittore del tempo


















Fabrizio CLERICI, pittore del sogno

Ci sono uomini che si intrecciano a luoghi, naturalmente, senza sforzo alcuno; e ne ricevono immediata accoglienza, quasi un ritorno in un ventre materno di cui s' era dimenticati l' esistenza. Questa è un po' la storia per Fabrizio Clerici e la Sicilia, che in anni di frequentazioni, contatti, racconti, hanno saputo tessere una rete di sintonie, passioni e curiosità, grazie anche alla complicità di tanti amici che nel corso di anni ormai trascorsi hanno sempre provveduto ad agevolare l' incontro. Come quella volta che il pittore giunse a Palermo per intraprendere un viaggio - e che viaggio, avrebbe ispirato anche il libro "Retablo" di Vincenzo Consolo - e venne accompagnato al Grand Hotel e des Palmes. Non a caso. Qui Clerici si diresse dritto alla reception e chiese la camera 224. «è occupata», gli venne gentilmente risposto. In realtà la camera 224 non veniva più data a nessuno - almeno per un po' di tempo è stato così - perché dentro quella stanza si era suicidato lo scrittore Raymond Roussel: e difatti era proprio per questo motivo che il pittore avrebbe voluto quella camera, perché a Roussel aveva già dedicato alcuni suoi lavori importanti: nel 1968, l' "Alba per Raymond Roussel", e qualche anno dopo, nel 1971, l' incisione realizzata appositamente per la pubblicazione dello scritto di Leonardo Sciascia, "Atti relativi alla morte di Raymond Roussel" (pubblicato dalla casa editrice Sellerio, di cui lo scrittore di Racalmuto è stato uno dei pilastri fin dalla fondazione). A questa figura particolare di pittore erudito e colto viaggiatore è adesso dedicata una antologica che propone un centinaio di opere, curata da Sergio Troisi e allestita al Convento del Carmine di Marsala, sede dell' Ente Mostra nazionale Città di Marsala (in collaborazione con l' Archivio Fabrizio Clerici che ha sede a Roma; catalogo Sellerio con tesi del curatore, Nicoletta Campanella e Marco Carapezza; l' esposizione resterà aperta al pubblico fino al 28 ottobre). Ed è proprio in direzione di Trapani che Fabrizio Clerici si diresse insieme ad alcuni amici, quando si seppe che sarebbe finalmente stato esposto il "Giovinetto di Mothia", la splendida statua ritrovata sull' isoletta di Mozia nel 1979. Dopo alcune peripezie e attese - il mulo per trasportare le persone sull' Isola era morto di reumatismi, e nella disorganizzazione generale non si sapeva a che ora sarebbe partita la piccola barca a remi che faceva da spola con lo Stagnone di Marsala - finalmente, seppure con qualche difficoltà, Fabrizio Clerici raggiunse Mothia. O meglio la statua. Perché alla sua vista, il desiderio di rimanere quanto più tempo possibile in compagnia del capolavoro si manifestò fortissima: «Una reazione stendhaliana», scrive Marco Carapezza in uno dei testi proposti nel catalogo. E così Clerici, non soddisfatto di aver ammirato lungamente il torso in marmo bianco coperto di fittissime pieghe che rivelano le forme anziché celarle, prima minaccia di far saltare il pranzo ai custodi del piccolo museo, obbligandoli a rimanere ancora lì anche per la pausa. Poi, infine, trova un singolare accordo: farsi chiudere dentro il museo con il manipolo di amici, loro e la statua, insomma, per avere più tempo e più calma per ammirarla senza interferenze di sorta. Un' immersione fuori dal tempo misurato per penetrare la bellezza che a prima vista il giovinetto gli mostra. Non basteranno né la presenza dell' archeologo Sabatino Moscati, che nel frattempo cerca di mostragli importanti frammenti di vaso, né la perplessità del custode a farlo desistere. «Ma come maestro - dice il custode - noi dobbiamo andare a mangiare, poi la barca sta via e ritorna solo stasera. Cosa vuole, che lo chiudiamo dentro?». «Gliene sarei davvero grato», rispose Clerici senza batter ciglio. E così si fa rinchiudere al museo, felice, con un gruppo di happy few, e in uno sorta di rapimento estatico scatta centinaia di fotografie che gli serviranno in seguito come riferimento e ispirazione per altri suoi lavori. Clerici si arrampica sui ponteggi metallici che inglobano la statua, la sfiora quasi per memorizzarne linee e forme, o meglio per impossessarsene nell' unico modo possibile, quello del ricordo. Che gli servirà, da lì a poco, per una preziosa serie di disegni e litografie dedicate per l' appunto al giovane di Mothia. Il celebre viaggio proseguì poi per Selinunte, altro luogo di grande suggestione per l' artista, e poi per le caratteristiche Cave di Cusa, sempre nel Trapanese, passando per una deserta Triscina. Lo scrittore e amico Vincenzo Consolo sarebbe rimasto tanto colpito dal personaggio da dedicargli un libro, "Retablo", che racconta proprio di questo straordinario viaggio - però compiuto à rebours - dal Settecentesco pittore milanese, don Fabrizio Clerici. Il rapporto intenso tra l' artista e Palermo è provato da un' opera per tutte, emblematica, di estrema sintesi pur in un connaturato simbolismo: "La media confessione palermitana" del 1954 (esiste anche una "Grande confessione palermitana", sempre della stessa data). Fabrizio Clerici dipinge due allegorie del Serpotta, e in mezzo ad esse pone una figura chiusa in una sorta di confessionale a vista, immerse in una singolare luce che ricorda certi tagli e atmosfere caravaggeschi. Il confessore, però, è una figura con teschio: un po' vivo, un po' non più esistente. Una metafora che appare di grande attualità, come del resto l' intera opera di Clerici, scrutatore dell' oggi e anticipatore del futuro servendosi di un osservatorio straordinario: il passato.
PAOLA NICITA

domenica 9 ottobre 2011

Joseph Beuys, difesa della natura














Joseph Beuys al Kunsthaus a Zurigo
Difesa della Natura
Il 12 maggio Joseph Beuys (1921 - 1986) avrebbe compiuto 90 anni. A ricordarlo ci hanno pensato la Kunsthausdi Zurigo (con una mostra aperta dal 13 maggio al 14 agosto) e l’Electa, che ha raccolto, a cura di Lucrezia De Domizio Durini, tutta la sua storia di uomo e d’artista (con fatti, immagini e testi di chi nel tempo, a vario titolo, si è preoccupato di leggerne l’opera o di relazionarsi con le sue idee, da Pierre Restany a Harald Szeemann, da Felix Baumann a Johannes Stüttgen) in un ponderoso volume di quasi 1000 pagine: Beuys Voice.
L’esposizione ripercorre invece gli ultimi quindici anni della vita dell’artista, in particolare documenta (con opere, immagini, oggetti, video e testimonianze) le azioni e le attività che hanno preso avvio a Bolognano, un paesino sulle montagne dell’Abruzzo, quando Beuys era ospite della famiglia Durini, e che sono raccolte sotto l’emblematico titolo di Difesa della natura.
In uno spazio di oltre 900 m², in un luogo dove l’arte di ieri e quella di oggi s’incontrano senza soluzione di continuità e dove l’atmosfera degli spazi aperti e luminosi non fa che assecondare la bellezza e la sacralità dell’arte, il visitatore è condotto in un piacevole viaggio umano ed artistico, dove ogni lavoro è ricordo e documento, evocazione e monito.
Tutto ha inizio nell’ottobre del 1972, con l’arrivo dell’artista in Abruzzo e con il primo Incontro con Beuys, una discussione socio-politica le cui tracce sono nei disegni lasciati sulla lavagna e in una scultura.
Prosegue nel 1976, quando l’artista inizia a piantare, su una superficie di 15 ettari, 7000 arbusti ed alberi in via di estinzione dandogli il nome di Piantagione Paradise. Va avanti nel 1980 quando approda alle Seychelles e mette a dimora delle noci di cocco di specie diverse (una germoglierà pochi giorni dopo la morte di Beuys), e al Diario delle Seychelles la mostra dedica un’intera sezione.
Continua nel 1982, quando a Kassel (per la settima edizione di Documenta) porta il grandioso progetto delle 7000 querce (ricordato in mostra dal timbro, dalla pala – che esprime già da sola l’idea della creazione - e da immagini fotografiche e video) e culmina il 13 maggio del 1984, quando Beuys riceve la cittadinanza onoraria di Bolognano e pianta la prima quercia italiana proprio davanti al suo studio. Ma, la Difesa della Natura di Beuys (fondatore in Germania del movimento verde) non va intesa solo in termini ecologici, va letta soprattutto da un punto di vista antropologico. Tutta l’arte di Beuys è antropocentrica, è pensata per la difesa dell’individuo, della sua creatività e dei suoi valori umani che educa a un bello che non è nelle forme, nell’estetica, ma nella vita stessa, nel pensiero e nel lavoro.
La mostra ha come cuore le meravigliose Olivestone (1984): cinque vasche d’arenaria ricolme d’olio d’oliva, che la famiglia Durini aveva donato al museo zurighese nel 1994.
I parallelepipedi di sasso, che dal 1600 servivano per la decantazione dell’olio d’oliva, sono stati riempiti con altrettanti solidi di arenaria della stessa misura, incastrandoli perfettamente uno nell’altro e lasciando liberi solo pochi millimetri lungo tutto il perimetro: lo spazio necessario per accogliere l’olio, che prima cola all’interno e poi si deposita sulla superficie dei sassi, a formare un sottile velo verdastro che assorbe e stempera la luce in morbidi riflessi. Silenzioso, immobile, misterioso e magico come uno stagno, il piano delle Olivestone (parola dal doppio significato: nocciolo dell’oliva oppure oliva + pietra), rimanda il riflesso del mondo come le acque nere riverberavano il riflesso di Narciso nel famoso dipinto di Caravaggio.
L’olio, che all’apparenza sembra accarezzare e ingentilire le asperità della pietra, come a voler far scivolare una forma nell’altra, finirà invece per penetrarle fino al cuore e le trasformerà in un nuovo organismo. Le due pietre sono l’una il passato e l’altra il presente. L’olio è il futuro, che fa da conduttore tra le due. Una metafora della vita, un percorso iniziatico, ancora una volta una riflessione sull’uomo.
Sovrano su tutto e su tutti è comunque il tempo: “E’ attraverso il tempo che l’individuo si interroga sulla natura e sulla specificità del proprio destino e delle proprie responsabilità” e ancora: “Ogni possibile futuro sarà il risultato del lavoro di noi esseri umani… siamo noi che dobbiamo essere creatori del futuro” .
E’ il tempo che vedrà franare quelle vasche, che vedrà crescere gli arbusti della Piantagione Paradise (anche questa in terra d’Abruzzo) o i semi alle Seychelles.
E’ il tempo che insegna la saggezza e dà un senso alla vita. L’arte però li contiene tutti: “L’arte è il completamento della natura. L’arte è la natura complementare” .
Lorella Giudici
1) J. Beuys, in Beuys voice, op cit, rispettivamente p. 958 e p. 461.
2) J. Beuys, in Beuys voice, op cit, rispettivamente p. 483.

KUNSTHAUS di ZURIGO
Mostra: JOSEPH BEUYS Difesa della Natura
A cura di Tobia Bezzola e Lucrezia De Domizio Durini

Periodo: Dal venerdì 13 maggio 2011 a domenica 14 agosto 2011
Orario d’apertura: sa/do/ma ore 10-18, me/gio/ve ore 10-20
Per l’apertura nei giorni festivi si veda www.kunsthaus.ch.
Ingresso: CHF 16.- /12.- ridotto / gratis fino ai 16 anni
Kunsthaus Zürich
Heimplatz 1
8001 Zurigo CH
Tel +41 (0)44 253 84 84 - info@kunsthaus.ch - http://www.kunsthaus.ch/

Note sull’Evento di Zurigo
di Lucrezia De Domizio Durini

La mia DONAZIONE dell'intero corpo filologico e storico dell'Operazione Joseph Beuys Difesa della Natura in Mostra alla Kunsthaus di Zurigo, è stato un gesto dovuto alla Storia dell'Arte affinché l'ultimo capolavoro del periodo italiano del Maestro tedesco fosse protetto e custodito in uno dei più importanti Musei mondiali di Arte Moderna e Contemporanea.
Questo mi porta a pensare che nulla di me andrà perduto.
Sono molto contenta e soddisfatta dell’intero Evento di Zurigo, ma sono anche profondamente addolorata che l’Italia, un paese che Beuys ha amato tanto e frequentato più di ogni altra nazione al mondo, e specificatamente l’Abruzzo, che considerò sua seconda patria, non ha amato il Maestro tedesco, né tantomeno ha riconosciuto il lavoro umano e sociale di uno tra i più singolari e significativi personaggi della Storia dell’Arte mondiale del Secondo dopoguerra.
Ancora una volta l’Italia ha perso una grande occasione….
All’Evento nessun critico italiano… nessuna Istituzione… nessun Direttore di Museo era presente, solo critici, collezionisti, direttori di musei, personaggi della cultura venuti da molti paesi europei e tanti amici… artisti italiani e moltissimi stranieri.
Una rete di persone sensibili che, nelle diverse discipline e nei miei 40 anni di lavoro indipendente, integro, costante e appassionato ho tentato e cercato sempre, in ogni circostanza, di coinvolgere affinché il loro sapere fosse un bene fruttifero per l’Umanità.
Mai mi è stata concessa da Enti pubblici, né tantomeno privati, una sponsorizzazione.
Solo uomini prestigiosi hanno alimentato il mio spirito, hanno nutrito con il loro sapere il mio fare.
A queste generose persone va il mio più profondo ringraziamento.

Il LIBRO
E' stato un lavoro immane... che parte dal 17 giugno del 2008 quando il Direttore Dr. Christoph Becker ha desiderato la Mostra.
Ho concepito la pubblicazione BEUYS VOICE come una Living Sculpture Virtuale dove la Voce di Beuys parla all'umanità per un possibile rinnovamento sociale, mentre tutti coloro che hanno dato generosamente i loro preziosi contributi sono personaggi che hanno conosciuto e collaborato con qualsiasi mezzo a diffondere i principi fondamentali dell'opera e del pensiero beuysiano, in particolare dopo la sua scomparsa.
Le immagini del libro, che l'obiettivo magico di Byby Durini ha immortalato, appartengono all’archivio storico De Domizio Durini e contiene 33.000 fotogrammi che documentano luoghi e lavori inconfutabili realizzati in collaborazione e in molti paesi del mondo.
Una pubblicazione di circa 1000 pagine e 400 foto voluta dalla Kunsthaus di Zurigo ed edita dalla prestigiosa Casa editrice milanese Electa che, ancora una volta, ha dimostrato la sua prestigiosa produttività grafica e la sua preziosa e solidale collaborazione.
Un volume, un unicum, che servirà sia a coloro che non conoscono Beuys sia a coloro che sanno e ogliono saperne di più.
LA MOSTRA
Possiede innanzitutto come corpo centrale la scultura OLIVESTONE, l'ultima grande opera del Maestro tedesco Joseph Beuys donata da me e da Buby Durini alla Kunsthaus il 12 maggio 1992 dopo varie peripezie italiane: l’ultimo grande capolavoro beuysiano in Difesa dell’Uomo e a Salvaguardia della Natura.
Le opere, le sculture, i disegni, le edizione, le foto, le gigantografie, i documenti e i video appartengono al mio lavoro svolto in linea diretta con il Maestro tedesco in Italia e diffuso da Beuys stesso in molti paesi nel mondo negli ultimi suoi 15 anni di vita.
L'ALLESTIMENTO
Già presente nel libro BEUYS VOICE in piantina, l’allestimento è stato da me creato e deliberatamente mutato. Quando il 30 aprile sono arrivata alla Kunsthaus per allestire la Mostra, ho avvertito una specie di flusso magico che mi ha indotto a cambiare il progetto iniziale da labirintico a spazio libero e aperto secondo i concetti beuysiani. Con la diretta e prestigiosa collaborazione del Prof. Tobia Bezzola, la mostra è stata allestita. Ed è stato così che abbiamo tentato di dare alla Mostra un senso di serenità affinché il visitatore potesse muoversi libero nello spazio e recepire il messaggio spirituale di un mondo di pace che solo una particolare sensibilità rende partecipe ...
Abbiamo tentato… con la speranza di essere riusciti….
Il RISULTATO
La creatività, l’amore per l’Arte e la mia rigorosa professionalità hanno conquistato i dirigenti della Kunsthaus, i solerti operai e gli impiegati attivi quanto premurosi.
Sono felice di appartenere ad un Luogo dove solo la qualità del lavoro determina la personalità, scientifica e analitica, del soggetto.
Le emozioni di quei giorni, le Conferenze, le interviste, i confronti e i ricordi lontani e vicini, convivono tra loro in un lavoro totale che appartiene all’esistenza dell’Arte e alla qualità della vita dell’Uomo: il sogno beuysiano per un miglioramento della nostra esistenza.
IL FUTURO
Una nuova avventura nell’Arte e oltre l’Arte… Parigi… Zurigo… il Mondo…
Lucrezia De Domizio Durini
Bolognano 18 Maggio 2011
Bar.ssa. Lucrezia De Domizio Durini
Palazzo Durini
65100 - Bolognano (Pe) - Italia
tel&fax 0039 085 8880154

Beuys Voice di Lucrezia De Domizio Durini edito dalla Kunsthaus di Zurigo e da Mondadori Electa, in 3 distinte edizioni: italiano, tedesco, inglese.
Un libro di circa 1000 pagine e 400 immagini fotografiche tratte dall’archivio storico De Domizio Durini che, anche attraverso gli scritti di vari personaggi della cultura internazionale, intende sottolineare l’importanza della Living Sculpture beuysiana, costituita dal rapporto tra uomini di differenti razze, origini, religioni, di diversi stati sociali, economici, politici e culturali, legati da una solidale e libera collaborazione.
Il volume è una storia raccontata da Beuys stesso in cui si alternano avvenimenti e documenti, testimonianze e rapporti umani di personaggi che in prima persona hanno vissuto e condiviso la poetica dell’artista in cui Vita e Arte vivono in simbiosi.
Quella di Beuys è una visione ampliata dell’Arte, di un’Arte totale che toccando tutte le discipline che riguardano l’uomo si rivolge al miglioramento della società con intento pedagogico. Il volume prende in considerazione anche il Post Beuys, l’attività di divulgazione del pensiero del Maestro messa in atto da studiosi e artisti suoi contemporanei.
Il progetto, in sostanza, ha l’ambizione di essere un’opera totale e analitica del pensiero, dell’opera, dell’uomo e dell’artista Joseph Beuys.
Ufficio stampa Electa
Enrica Steffenini
via Trentacoste, 7
20134 Milano
tel. 02 21563433 - fax 02 21563314- elestamp@mondadori.it


Il caso La Svizzera lo celebra, da noi è dimenticato.
La collezionista Lucrezia De Domizio Durini: c' è una tangentopoli dell' arte
La collezione di Beuys rifiutata dall' Italia

Beuys, lo sciamano. Beuys, il profeta della natura. Beuys, l' anarchico dell' arte. Ma anche Beuys lo scomodo, il fastidioso, l' inutile. Almeno per l' Italia, non certo per la Svizzera che lo celebra con una grande mostra alla Kunsthaus di Zurigo, dal titolo Joseph Beuys. Difesa della Natura (sino al 14 agosto, per l' occasione è uscito da Electa il libro Beuys Voice ) frutto di una straordinaria donazione del valore di diversi milioni di euro da parte di Lucrezia De Domizio Durini, sua collezionista e musa. Ma sorge una domanda: perché questa immensa collezione, concepita e creata in Italia è finita in Svizzera invece di approdare in qualche museo del nostro Paese? È uno dei tanti casi di malcostume culturale? Lucrezia De Domizio Durini trattiene il fiato, poi si sfoga, la voce è lacerata da una vita in compagnia di migliaia di sigarette, poi una breccia in gola si trasforma in urlo: «L' Italia... non ne posso più, è completamente fuori dai circuiti internazionali, è vittima del malaffare, della politica, degli interessi economici e questo accade anche nell' arte. Sono davvero amareggiata». Lucrezia De Domizio Durini da sempre (come testimonia il ponderoso libro di mille pagine) è stata col marito Buby una mecenate dell' artista tedesco. Beuys è un artista completamente fuori da ogni catalogazione e la sua forza è stata quella di imporsi oltre che per le sue opere per la potenza teorica in cui metteva in gioco completamente se stesso, il suo corpo e la sua storia. Lucrezia Durini ha condiviso e sostenuto i fondamenti del suo pensiero. Dall' idea secondo cui «ogni persona è un artista», all' impianto ideologico per un miglioramento delle esistenze e della società. La mostra raccoglie un centinaio di opere che compongono il grande ciclo Difesa della Natura realizzato durante il soggiorno (dal 1972 al 1985) di Beuys a Bolognano, in Abruzzo, sede della residenza della famiglia Durini. «L' uomo e la natura con l' animo riconciliato costruiranno un mondo vero» era il credo dell' artista. E la rassegna non è altro che il perseguimento di questa volontà, così come Beuys teorizzava la «Living Sculpture»: nulla è fermo, tutto è in divenire, filosofia spirituale (ed etica) che rende questo autore tedesco (morto nel 1986) uno dei protagonisti assoluti dell' arte contemporanea, fortemente politico e al tempo stesso anche profetico: «La rivoluzione è dentro di noi. L' unica rivoluzione possibile è nelle nostre idee». «Chi era Joseph Beuys?» si chiede Lucrezia Durini. «Un artista stravagante dal cappello di feltro? Un poeta amante della natura? Un filosofo predicatore? Era semplicemente un uomo che amava gli uomini e la natura dove gli uomini vivono. Ha dedicato la sua vita al miglioramento della società». Per tutto questo la Durini sembra non darsi pace: «In questi ultimi anni ho proposto a diversi musei italiani di realizzare mostre su Beuys, ma ho ricevuto solo dei no. Come posso donare a un museo un' intera collezione se prima mi viene rifiutata anche una semplice mostra? Pensi, al museo di Rivoli, ad esempio, volevo donare un' opera, il celebre Ombrello che è il simbolo dell' operazione Olivestone. La direttrice di allora, era il 2002, Ida Giannelli, lo rifiutò. Chiedevo solo venisse resa pubblica la notizia della donazione. Mi è stato detto che non era costume del museo. Non mi sono fermata: ho proposto le mostre della mia collezione a diversi musei, da Catanzaro a Pescara, da Bologna a Roma. Un rifiuto su rifiuto. Solo Gabriella Belli ha organizzato due mostre nel corso di questi ultimi anni nel suo Mart di Rovereto. E a quel museo ho donato la grande opera del Grassello che occupa un' intera stanza (2002). «Eppure Beuys ha amato tanto l' Italia, è il Paese che ha visitato di più al mondo. A volte mi chiedo dove sono finiti quei critici come Bonito Oliva, Germano Celant, Bruno Corà che gli erano intorno come api... hanno dimenticato tutto... Ma sa perché è accaduto questo? - continua la Durini - È la figura di Beuys a infastidire. L' arte di Beuys era nella sua stessa esistenza, nelle sue idee, nel rispetto dei valori umani. Il suo comportamento etico resta ancora un monito e fa paura. Oggi l' Italia appare come una grande trappola, anche burocratica, che rischia di far finire tutto ai topi. Ma l' aspetto più preoccupante è quello culturale. Diciamola tutta: dovremmo cominciare a fare una tangentopoli sul sistema dell' arte. Molti artisti fanno da portaborse ai critici e i critici da portaborse alla politica. È sotto gli occhi di tutti. Non serve essere addetti ai lavori, artisti o storici dell' arte. E se vogliamo dire davvero come stanno le cose, per molti, l' arte è un grande luogo d' affari, di affari temo non proprio puliti». Lucrezia Durini parla senza una pausa: «Nessuno si è chiesto perché sappiamo tutto, o quasi, dei politici, ma niente del sistema dell' arte? Eppure, intorno a tutto questo c' è un enorme giro di denaro, talvolta sporco. Se qualcuno si sente offeso da queste parole mi denunci. Non aspetto altro. Ho 75 anni, da 45 convivo con l' arte e lotto per la mia indipendenza. La crisi di questo momento storico è culturale, intellettuale e spirituale e tocca tutte le sfaccettature della nostra vita quotidiana; la sete di potere, il profitto e il danaro occupano un posto primario nell' uomo e questo purulento virus ha infestato anche tutto il sistema dell' arte italiana. Sono rarissimi i galleristi che investono davvero nella cultura, che credono negli artisti. Le gallerie sono diventate delle boutique. L' arte ha bisogno di tempi lunghi. È come una pianta che va coltivata, accudita, amata: va potata, le si deve dare il concime, l' acqua. Bisogna saper aspettare. La verità dell' arte è nel tempo. Tutto si scoprirà». Lucrezia Durini sembra più calma, dalla rabbia iniziale la sua voce è quasi un sussurro: «Prima della sua morte, Harald Szeemann, un grande amico, oltre a essere uno dei più grandi critici, mi disse: "Lucrezia, ti prego, smettila con questo Beuys, ci hai stufato. In tutti questi anni hai visto di tutto, conosci i meccanismi e le distorsioni del sistema dell' arte, hai mille storie da raccontare. Scrivi un libro su quanto conosci e hai vissuto... così si potrà capire la politica dell' arte italiana. Scrivilo e basta"». Ora Lucrezia Durini sorride: «Ho chiuso un capitolo, lascio l' Italia, vado a vivere a Parigi. E questo libro, lo giuro, lo scrivo».
Vita e opere
Nato nel 1921 a Krefeld, Joseph Beuys morì nel 1986 a Düsseldorf. Nel 1958 lavora al monumento per i caduti in guerra a Brüderich. Nel 1961, a Düsseldorf ottiene la cattedra di scultura. Nel 1982 il trionfo a «Documenta 7». Oggi una grande mostra gli è dedicata a Zurigo (nella foto grande l' allestimento; sotto: l' artista con Lucrezia De Domizio Durini negli anni 80).
Colin Gianluigi

martedì 4 ottobre 2011

Massimiliano FUKSAS, il polo direzionale De Cecco a Pescara















L'edificio prende forma dalla sovrapposizione di due corpi molto diversi tra loro: un volume a «L», dalle linee semplici e definite, scandito da sottili solai e profondi spazi vuoti che consentono l’ingresso della luce naturale all’interno, ed un volume “anulare” dall'andamento curvilineo e avvolgente con una facciata strutturale reticolare fortemente contrastante. Il volume a L è alto 21,34 metri e si estende su una superficie di 9070 metri quadrati; il volume anulare è alto 24,66 metri per 1120 metri quadrati.
“L’edificio con i ‘piani bucati’ – spiega l’autore del progetto – costituisce l’appoggio per l’elemento emergente protagonista dell’edificio anulare, la cui "mesh strutturale caleidoscopica contrasta marcatamente con l’orizzontalità dell’edificio basso.
I “piani bucati” consentono di dare all’edificio un’illuminazione anche nei punti più interni. Si crea in questo modo un sistema verticale e diagonale di spazi su diverse altezze che garantiscono una serie infinita di scorci interni”.
“La costruzione si pone come un’emergenza all’interno di un contesto urbano di città diffusa. Una relazione proporzionale avviene con l’uso di un “doppio edificio”. Il primo stabilisce un rapporto con il contesto e le sue dimensioni per mezzo di una costruzione organizzata con volumi vetrati ai diversi livelli e contemporaneamente con piani bucati che vanno ad alleggerire l’immagine generale dei solai. L’edificio dirigenziale anulare svolge invece la sua funzione di forte segnale urbano e comunica la presenza di un’emergenza”.
I due sottosistemi costituiti dai ‘piani bucati’ e dall’edificio anulare’ avranno una distribuzione comune verticale, ma contemporaneamente flussi orizzontali completamente diversi. I ‘piani bucati’ hanno una circolazione primaria interna parallela al nodo, mentre “l’edificio anulare” ha come percorso di distribuzione principale un anello dal quale si diramano radialmente i diversi ambienti.
Tra i due corpi, a più di venti metri di altezza, un marcato vuoto interstiziale dà vita ad un’ampia terrazza panoramica che asseconda la fluidità e la rotondità dell’edificio superiore offrendo una serie di percorsi e spazi per il relax e la socializzazione. Questo piano è occupato da una grande vasca d’acqua ed è attraversato da percorsi panoramici in legno.
Facciata
Lo studio delle facciate è stato sviluppato nel rispetto dei più alti standard di controllo termico e abbattimento acustico. La facciata del corpo inferiore è ad elementi a tutt’altezza in vetrocamera basso emissivo; il taglio della facciata a modulo con le divisioni interne garantisce ampia flessibilità di trasformazione delle divisioni interne. L’anello superiore presenta una soluzione che segue la geometria complessa del volume sospeso; una facciata attiva a doppia pelle con svecchiature triangolari che vanno di pari passo con la struttura adattandosi allo sviluppo spaziale della superficie.
Il sistema di facciata continua, progettato da Schüco Italia, si compone di 10000 elementi triangolari in vetro, contornati da profili che si muovono nello spazio dando vita ad una superficie concava di grande impatto. Le sezioni architettoniche dei profili variano da 84, 120 sino a 140 mm.
Struttura
La struttura si compone in realtà di tre diversi solidi corpi.
Il corpo A, edificato in calcestruzzo armato con elementi verticali, quali muri e pilastri, incastrati nella platea di fondazione, presenta colonne d’acciaio realizzate in continuità con i pilastri dell’edificio sovrastante. Si tratta di un corpo interrato, esteso su una superficie di 9070 metri quadrati. Al di sopra della fondazione sono collocati dissipatori sismici che sorreggono l’edificio, isolandolo dalla struttura circostante.
Il corpo B, ovvero la struttura ad “elle”, è sorretto da un telaio formato da pilastri in calcestruzzo, rivestiti in acciaio e da colonne cruciformi in acciaio.
Il corpo C, quello anulare, è realizzato sostanzialmente in acciaio. La progettazione esecutiva di questo volume è stata realizzata da Stahlbau Pichler.
La struttura reticolare del corpo C, posta esternamente all’edificio per il sostegno delle parti vetrate, è composta da nodi geometricamente tutti differenti tra loro (circa 3000 elementi).
L’edificio si deforma seguendo le tre dimensioni orizzontale, verticale ed obliqua e creando un effetto visivo decisamente singolare.
La parte superiore è sostenuta da dieci tripodi a tre, due o un braccio che rappresentano gli elementi più critici dell’intero edificio in quanto tutto il corpo C poggia ed è vincolato al corpo B attraverso questi sistemi tubolari all’apparenza esili ma nella realtà estremamente resistenti e verificati contro il sistema ondulatorio.
Una particolarità assoluta di questo edificio sta nella collocazione della facciata vetrata che non è esterna, bensì interna al reticolo d’acciaio, con i vetri montati anch’essi dall’interno e non dall’esterno come accade solitamente.

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